Il seminarista bambino martire di Cristo – Così partì la causa: parla il reggiano Emilio Bonicelli

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– da “La Libertà” n. 14, del 13 aprile 2013 –

“Rolando va di corsa”, dicono spesso gli amici del Comitato che ne ha chiesto la beatificazione. Ed è vero. Sarà che anche nell’aldilà ha conservato il passo svelto del bambino abile a giocare a pallone o ad arrampicarsi per i sentieri di montagna.  Sta di fatto che solo otto anni dopo la presentazione del “libello supplice” per avviare la causa (all’arcivescovo Benito Cocchi, per mano della postulatrice Francesca Consolini; era il 1° marzo 2005) è già arrivato a sorpresa, nel cuore della Settimana Santa, il suggello di Papa Francesco sulla veridicità del suo martirio in odio alla fede, e ora si attende la data di beatificazione di questo seminarista reggiano Servo di Dio. Il 68° anniversario del dies natalis è stato commemorato solennemente nel Duomo di Modena, sabato 13 aprile 2013, alle 18, nell’Eucaristia presieduta dall’arcivescovo Antonio Lanfranchi e concelebrata dal Vescovo di Reggio Emilia – Guastalla monsignor Massimo Camisasca.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]ntanto, dopo aver letto sul documento firmato da Bergoglio il nome di questo nuovo “beato” proveniente da “Castellarano – Reggio Emilia”, sul Comitato Amici di Rolando Rivi si è rovesciata una tempesta di richieste di informazioni e di materiale. Non solo dall’Italia. Tramite internet, nei giorni scorsi si sono messi in contatto con la parrocchia di Castellarano anche dal Brasile e dalle Filippine.

Ne dà notizia il segretario del Comitato, lo scrittore reggiano Emilio Bonicelli, che di Rivi è il principale biografo. Laureato in giurisprudenza, giornalista professionista oggi in pensione, sposato con Ileana, padre di Caterina e Davide, nonché nonno di Maria e Maddalena, Bonicelli ha pubblicato una trentina di libri, di cui due – “complementari” – dedicati al Servo di Dio: il romanzo storico “Il sangue e l’amore” (edito per Jaca Book nel 2004 ma ristampato nel 2012 in una versione rinnovata) e “Rolando Rivi il seminarista martire” (Shalom, prima edizione 2010), basato sulle deposizioni dei testimoni e sui documenti storici, con il corredo di cinquanta fotografie.
Nella bibliografia di questo autore compare anche un titolo autobiografico, “Ritorno alla vita”, che racconta il suo primo incontro con il futuro beato, che poi ha dato il “la” all’iter per il riconoscimento del martirio.

Per la nostra intervista – con il “tu” che si dà ai colleghi – partiamo da quella vicenda personale.

Il giornalista e scrittore Emilio Bonicelli durante la concelebrazione tenutasi nel Duomo di Modena sabato 13 aprile.

Il giornalista e scrittore Emilio Bonicelli durante la concelebrazione tenutasi nel Duomo di Modena sabato 13 aprile; dietro di lui si intravedono mons. Antonio Lanfranchi (che presiedeva l’Eucaristia) e mons. Massimo Camisasca.

          Emilio, come hai fatto a scoprire Rolando?
Direi che Rolando è venuto a cercare me! Premetto che nel 2000 ho attraversato una gravissima leucemia, da cui mi ha salvato un trapianto di midollo osseo. Nel 2001 ero da poco tempo rientrato al mio lavoro di giornalista quando tra i molti lanci di agenzia che scorrevano sul monitor ne passò uno che non potevo non leggere. Il titolo parlava di un bambino inglese guarito inaspettatamente dalla leucemia. La notizia mi impressionò, ovviamente, per la malattia in questione, ma mi colpì ancora di più leggere che quel piccolo “miracolato” teneva sotto il guanciale la reliquia – una ciocca di capelli intrisa del sangue del martirio – di un seminarista reggiano che io, cristiano di questa stessa terra, non avevo mai sentito nominare.
         A quel punto?
Sono salito a San Valentino di Castellarano, il paese dove Rolando abitava. Il parroco, padre Giovanni Battista Colusso (missionario della Consolata, deceduto nel 2007, ndr) mi accolse a braccia aperte: fu la prima persona che mi aiutò a conoscere Rolando. A San Valentino ho trovato il tesoro nascosto: la testimonianza di un bambino che aveva impostato tutta la sua vita sull’amore a Gesù e che per questo amore – perché voleva essere tutto e solo di Gesù – è stato sequestrato, tenuto prigioniero, picchiato, torturato, ucciso da uomini che volevano cancellare la presenza del Signore dall’orizzonte della storia.
         Ma perché il tesoro era “nascosto”?
Le notizie su Rivi erano scarse perché intorno alla sua figura, ancora dopo quasi sessant’anni, era sceso una sorta di tabù. Ed era molto difficile rievocare certi fatti distaccandosi da una lettura “politicamente corretta” della Resistenza.
         Quindi?
Come accade quando si trova un tesoro, desiderai che quella bellezza fosse condivisa. Da “artigiano della parola” ho allora cominciato a ricostruire e scrivere la storia di Rolando.
         Come avvenne che il tabù iniziò ad infrangersi?
Avevo appena completato le bozze di Il sangue e l’amore quando venni a sapere che un gruppo di amici del Lions di Reggio Emilia e del Rotary di Albinea avevano pensato di organizzare un incontro pubblico su Rolando: era l’occasione per presentare anche il libro fresco di stampa. A quel convegno – che si svolse nel marzo 2004 alla Sala degli Specchi del Teatro Valli, con le straordinarie testimonianze di don Giovanni Barbareschi, padre Colusso e don Alberto Camellini – successe qualcosa d’importante: ogni spazio in sala e d’attorno si riempì di popolo. Voleva dire che, nonostante un silenzio pluridecennale, la memoria di Rolando era rimasta nel cuore della gente. E che non potevamo fermarci lì. Tant’è che dagli organizzatori del convegno vennero molti degli amici del Comitato che l’anno dopo avviò l’iter della causa di beatificazione.
         Dopo padre Colusso, il Comitato fu presieduto da don Alberto Camellini. Come lo ricorda?
Il 3 aprile 2013 ricorreva il quarto anniversario della sua morte. Don Camellini nel 1945 era viceparroco di San Valentino; fu colui che, rischiando la vita, insieme al padre di Rolando andò a cercare a Monchio il corpo del seminarista ucciso, dopo aver insistito presso i comandi partigiani per conoscere il luogo della sepoltura. Ricordo soprattutto il coraggio, la forza della sua fede.
         Ma la figura decisiva per la vocazione al sacerdozio di Rolando resta il “suo” arciprete, don Olinto Marzocchini…
Sì, Rolando entrò undicenne nel Seminario di Marola per una scelta maturata nel proprio cuore e annunciata alla famiglia dopo averne parlato con don Olinto Marzocchini. In questo sacerdote grande educatore, attento alle cose che veramente contano, Rolando aveva visto un’umanità piena che desiderava anche per sé. Entrando nel salone di San Valentino, le lapidi con le immagini di don Olinto e di Rolando si trovano appaiate: maestro e allievo.
         Quale fu il rapporto di Rolando Rivi con il movimento resistenziale?
Rolando era amico dei partigiani, guardava con ammirazione a Pasquale Marconi. Uno dei responsabili delle Fiamme verdi della zona dell’Appennino cantava nel coro dove Rolando suonava l’harmonium. Rolando desiderava la fine della guerra, che aveva portato due grandi lutti nella sua famiglia; sognava il ritorno del Paese alla pace e alla libertà.
         Perché allora venne catturato e ucciso?
In una parte delle formazioni partigiane si era aperta una ferita con l’affermarsi dell’ideologia comunista e con il progetto di fare della fine della guerra l’inizio di una nuova lotta per instaurare nel nostro Paese, con la violenza rivoluzionaria, la dittatura del proletariato. Era un progetto di società perfetta in cui Cristo e l’esperienza della fede dovevano essere cancellati dall’orizzonte dell’uomo. In questa prospettiva un ragazzo innocente come Rolando, che testimoniava pubblicamente il suo amore a Gesù in modo così ardente da attirare gli altri ragazzi all’esperienza della fede cristiana, era solo un nemico da abbattere. Molto eloquenti sono le parole con cui l’uccisore giustificò il suo terribile atto: “Domani un prete di meno”.
         Quale lezione possiamo trarre da questa storia e dagli anni della “causa”?
L’intero cammino della causa di beatificazione in fondo ci dice che cosa può succedere quando il nostro cuore si apre ed è disponibile a rispondere con l’impegno della vita al modo in cui il mistero di Dio bussa alla nostra porta. Con il nostro sì siamo diventati strumento del Signore affinché quel piccolo seme di amore posto nel buio della terra possa ora brillare come “luce delle nazioni”.
         Sabato sera, 13 aprile, nel Duomo di Modena, si è pregato per Rolando…
Rendendo grazie a Dio che ci ha donato Rolando come amico sicuro sulla strada della santità, e al Papa, che ce lo ha indicato come modello.
Vorrei concludere con le parole che Thomas Eliot, in Assassinio nella Cattedrale, mette sulla bocca del martire Thomas Becket, perché ci aiutino a comprendere la grandezza di questo dono, che è per la nostra conversione: “Un martirio è sempre un disegno di Dio per il suo amore per gli uomini, per avvertirli e guidarli, per riportarli sulla sua strada”. Un martire è un dono che ci fa l’amore di Dio.

Edoardo Tincani

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Rolando e gli altri, santità reggiana. Tempo di grazia

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap] dispetto di mestatori e laicisti di professione, la Chiesa cattolica sta attraversando un tempo propizio, una stagione di grazia. I cambiamenti necessari, dentro e fuori, restano tanti e a volte spaventosi, ma lo spirito sembra quello giusto. L’effetto di Papa Francesco è balsamico, per la sua immagine pubblica. Non si tratta solo di una superficiale e passeggera simpatia, ma di un coinvolgimento più profondo e motivato, che a cerchi concentrici – partendo dal nucleo immutabile di Cristo – si sta rapidamente allargando ai distanti, ai “tiepidi”, agli scontenti della Chiesa stessa. Un indicatore è l’aumento del numero di coloro che si accostano al sacramento della Penitenza, certificato dai confessori come fenomeno diffuso da un capo all’altro del mondo. Ma anche un parroco reggiano, l’altro giorno, annunciava tra il compiaciuto e il sorpreso un’assemblea festiva mediamente ingrossata, nella nuova chiesa costruita a Baragalla.

Monsignor Camisasca prega sul luogo del martirio di Rolando Rivi, nel bosco di Monchio (Modena), la mattina di sabato 13 aprile 2013. Alle 18.00 dello stesso giorno ha concelebrerato la Messa nella Cattedrale di Modena, liturgia durante la quale l'arcivescovo Lanfranchi ha annunciato la data proposta al Papa per la beatificazione del Servo di Dio, seminarista martire originario di San Valentino di Castellarano: sabato 5 ottobre 2013.

Monsignor Camisasca prega sul luogo del martirio di Rolando Rivi, nel bosco di Monchio (Modena), la mattina di sabato 13 aprile 2013. Alle 18.00 dello stesso giorno ha concelebrerato la Messa nella Cattedrale di Modena, liturgia durante la quale l’arcivescovo Lanfranchi ha annunciato la data proposta al Papa per la beatificazione del Servo di Dio, seminarista martire originario di San Valentino di Castellarano: sabato 5 ottobre 2013.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a Chiesa è così: universale e “particolare” insieme. Ha continuamente bisogno di testimoni di verità e di carità. Di santi. E in questo Anno della fede, Papa Bergoglio ha “restituito” alla nostra Diocesi un dono che per lungo tempo era stato dimenticato: Rolando Rivi, il seminarista ucciso bambino in odio alla fede. L’anniversario del suo martirio, il 13 aprile, viene ricordato questo sabato con una Messa nel Duomo di Modena, che sarà presieduta dall’arcivescovo Lanfranchi e concelebrata da monsignor Camisasca.
“Io sono di Gesù” è diventata la sintesi di una parabola terrena breve ma meravigliosa e insieme un invito, per tutti, ad impostare la nostra vita sull’amicizia con il Signore, sulla confidenza totale in Dio. I santi questo fanno, trasmettendo coraggio ai pellegrini.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a vicenda di Rolando Rivi serve anche per un’introspezione ecclesiale. Dunque ci sono dei santi reggiani! Certamente. Se la santità è fede vissuta, la nostra Chiesa non ha difettato di preti, religiosi e laici che l’hanno testimoniata in modo eccezionale. Un piccolo esercizio storico, non esaustivo, serva a risvegliare – là ove ce ne fosse bisogno – questa convinzione, sebbene i reggiani siano forse poco propensi, per indole, ad eleggere tra i santi dei loro conterranei.
Oltre al patrono san Prospero e alla sua “alunna” santa Gioconda, possiamo nominare anzitutto San Genesio vescovo di Brescello e Sant’Alberto di Gerusalemme, da Gualtirolo di Campegine. Tra i santi antichi non reggiani ma a Reggio venerati ricordiamo Venerio, Crisanto e Daria, Aurelio e Aurelia.
Rolando Rivi sarà il settimo beato ufficialmente riconosciuto: prima di lui la Chiesa annovera Tommaso (vescovo di Reggio dal 701 al 714 circa), Giovanna Scopelli, Damiano Fulcherio (predicatore domenicano sepolto nella chiesa cittadina di San Domenico), Artemide Zatti, Andrea Carlo Ferrari (cardinale e per breve tempo vescovo di Guastalla) e suor Maria Rosa Pellesi, beatificata il 29 aprile 2007.
Molti di più sono i processi di beatificazione avviati e, a volte, inceppati: padre Lorenzo da Zibello, Menochio, il Servo di Dio Pietro Gazzetti, don Giovanni Reverberi, monsignor Pietro Rota, padre Daniele da Torricella, a cui si aggiungono Tilde Manzotti, padre Pietro Uccelli, Madre Giovanna (Maria Luisa Ferrari), don Dino Torreggiani e don Alfonso Ugolini.
Non numerosissimi, forse, ma abbastanza per respirare anche a Reggio Emilia-Guastalla non solo la “possibilità” della santità, ma pure la sua fecondità spirituale. Benedetto XVI non ha sbagliato definendo i santi come i nuovi evangelizzatori.

Edoardo Tincani

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