Riconosciuto il martirio di Rolando, Papa Francesco ha firmato. Beato entro l’Anno della fede?

Stampa articolo Stampa articolo

– da “La Libertà” n. 13, del 6 aprile 2013 –

Il seminarista reggiano Rolando Rivi, riconosciuto martire, sarà presto proclamato Beato. Papa Francesco, nella giornata del 27 marzo ha infatti autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il martirio di questo Servo di Dio, seminarista del Seminario di Marola, ucciso in odio alla fede il 13 aprile 1945 a Piane di Monchio (Modena), quando aveva solo 14 anni.

La decisione del Santo Padre è stata presa nel corso dell’udienza concessa al cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e ha riguardato anche altri Servi di Dio, tra cui numerosi martiri spagnoli. Rolando Rivi entra così a far parte del primo gruppo di beati voluti dal nuovo Papa. La maggior parte sono martiri della guerra civile spagnola, vittime dei regimi comunisti dell’Est e del nazismo. Ma vi sono anche tre italiani, tra cui Rolando Rivi. La storia del giovane seminarista è emblematica di un clima d’odio alimentato dal fanatismo anticlericale. La Chiesa ha riconosciuto che fu ucciso in odio alla fede.

Il luogo - in località Piane di Monchio, nel Modenese - in cui fu martirizzato Rolando Rivi, il seminarista reggiano.

Il luogo – in località Piane di Monchio, nel Modenese – in cui fu martirizzato Rolando Rivi, il seminarista reggiano.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a notizia della firma di Papa Francesco è stata diffusa il giorno successivo dal sito della Santa Sede www.news.va, suscitando commozione e felicità grande, nella giornata di Giovedì Santo, in tutta la nostra Diocesi.

Il vescovo Massimo Camisasca – si legge in una nota stampa diffusa lo stesso 28 marzo – ha appreso con gioia la notizia che il Santo Padre Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto per il martirio di Rolando Rivi, seminarista nella nostra casa di formazione a Marola dal 1942 fino alla morte, quando è stato ucciso in odio alla fede. “Possa la nostra Chiesa in questo Anno della fede ritrovare, anche per l’intercessione dei suoi santi e dei suoi martiri, la gioia e la baldanza della propria fede. Sappia comunicarla con passione agli uomini e alle donne che non conoscono Cristo. Sappia essere sempre strumento di riconciliazione con Dio e fra gli uomini. Chiediamo a Rolando Rivi, presto beato, di ottenere la grazia di tante vocazioni per la nostra Chiesa”, ha immediatamente dichiarato monsignor Camisasca.

Avuta la notizia, anche i membri del Comitato Amici di Rolando Rivi, che nel 2005 hanno avviato la causa di beatificazione e ne sostengono il cammino, hanno espresso gioia e viva gratitudine al Santo Padre Francesco per la sua decisione. Ricordiamo che il Comitato, originariamente presieduto da don Alberto Camellini, è attualmente guidato da monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]R[/dropcap]olando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi. Ragazzo intelligente e vivace, “il più scatenato nei giochi, il più assorto nella preghiera”, Rolando matura presto un’autentica vocazione al sacerdozio. A soli 11 anni, nel 1942, mentre l’Italia è già in guerra, il ragazzo entra nel Seminario di Marola (Reggio Emilia) e veste per la prima volta l’abito talare, che non lascerà più sino al martirio.

Il desiderio di diventare “sacerdote e missionario” cresce guardando alla figura del suo parroco, don Olinto Marzocchini, “uomo di ricchissima vita interiore, attento alle cose che veramente contano”, che fu per il ragazzo una guida e un maestro.

Nell’estate del 1944 il Seminario di Marola viene occupato dai soldati tedeschi e sgomberato. Rolando, tornato a casa, continua gli studi da seminarista sotto la guida del parroco, e porta nel suo paese un’ardente testimonianza di fede e di carità, vestendo sempre l’abito talare.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]P[/dropcap]er questa sua testimonianza di amore a Gesù, così intensa da attirare gli altri ragazzi verso l’esperienza cristiana, Rolando, nel clima di odio contro i sacerdoti diffusosi in quel periodo, finisce nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti. Il 10 aprile 1945, il seminarista viene sequestrato, portato prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, rinchiuso in un casolare per tre giorni, brutalmente picchiato e torturato. Venerdì 13 aprile 1945, alle tre del pomeriggio, il ragazzo innocente, a soli 14 anni, spogliato a forza della sua veste talare, viene trascinato in un bosco di Piane di Monchio e ucciso con due colpi di pistola. Quando Rolando capisce che i carnefici non avranno pietà, chiede solo di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Anche in quest’ultimo istante, nella preghiera, Rolando riafferma la sua appartenenza all’amico Gesù, al suo amore e alla sua misericordia.

Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condanna gli autori dell’efferato omicidio. La condanna viene confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventa definitiva in Cassazione.

Rolando amava la tonaca, che non smetteva mai. Già a 11 anni diceva: “Io sono di Gesù”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a Libertà ha sempre seguìto da vicino la causa di beatificazione – svoltasi nella diocesi di Modena perché Rolando è stato ucciso a Piane di Monchio, nel Modenese – fin dall’apertura della fase diocesana, avvenuta nella chiesa modenese di Sant’Agostino il 7 gennaio 2006. Il processo diocesano è stato chiuso in modo solenne dall’arcivescovo abate di Modena-Nonantola Benito Cocchi il 24 giugno 2006, con l’affermazione che il martirio del giovane seminarista “ci pare avvenuto realmente in odium fidei”.

Il 23 giugno 2010 la positio del Servo di Dio Rolando Rivi è stata iscritta nel protocollo dei martiri presso la Congregazione per le Cause dei Santi a Roma.

Ancora, va ricordato che, nell’ambito del Congresso  Eucaristico Nazionale di Ancona (2011), le quinte classi frequentanti la scuola primaria di Cadelbosco Sopra (R.E.), in quell’anno scolastico guidate dalle insegnanti Fabiana Guerra e Mirca Immovilli, hanno vinto il primo premio del Concorso su temi religiosi nella loro categoria, preparando un DVD in cui si racconta la vita e la storia del Servo di Dio Rolando Rivi. Il lavoro – molto apprezzato e valutato col massimo dei voti dal Comitato scelto e presieduto dal direttore della Cei-Scuola, don Maurizio Viviani – è a disposizione, gratuitamente, per chi lo volesse (per informazioni si consiglia di visitare il sito www.portaleirc.it).

Le colline nei dintorni di Castellarano, in provincia e diocesi di Reggio Emilia, che così bene Rolando conobbe e amò.

Le colline nei dintorni di Castellarano, in provincia e diocesi di Reggio Emilia, che così bene Rolando conobbe e amò.

Il seminarista Rolando appartiene più che mai alla diocesi dove è stato battezzato e cresimato, al seminario di Marola, ai luoghi reggiani dell’infanzia e dell’adolescenza. A lui è intitolata la sede dell’anno propedeutico dei seminaristi di Reggio Emilia, nella canonica di Coviolo.

Dopo questa importante notizia acquista particolare rilievo la celebrazione che il prossimo sabato 13 aprile si svolgerà nel Duomo di Modena, alle 18, in memoria del martirio del Servo di Dio Rolando Rivi, a cui sarà presente il vescovo Massimo Camisasca. In quell’occasione l’arcivescovo di Modena Lanfranchi darà l’annuncio ufficiale dell’avvenuta autorizzazione da parte del Santo Padre.

Ora si attende solo di sapere la data della solenne cerimonia di beatificazione di Rivi, che verrà definita dalla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi.

[divide style=”3″]

(…) Sono 5 anni che il paese vive tra angosce, paure, sacrifici e speranze. È gente cristiana quasi tutta. (…) Anche quel mattino 10 aprile 1945 la campana aveva chiamato alla partecipazione di una messa cantata, secondo le intenzioni di un devoto. Un gruppo di cantori era già in Chiesa in attesa del Celebrante.

Dopo i primi attimi di attesa si notò che c’era qualcosa di inconsueto. L’Arciprete Don Olinto Marzocchini ed il Curato Don Alberto Camellini non erano come di consueto in sacrestia. Ma ciò che appariva strano era l’assenza del seminarista Rolando che accompagnava i canti sacri con l’organo. Altra stranezza la mancanza del papà del seminarista assiduo alle sacre funzioni. I cantori erano a disagio, si guardavano attoniti, pensierosi, presi da interrogativi.

Uscì finalmente l’Arciprete e la Messa fu cantata senza l’armonium e direi senza grande fervore. Prima della fine del rito trapelò tra i presenti un tramestio di mezze voci sussurrate all’orecchio. Increduli, smarriti, spaventati ed anche indignati tutti si voleva sapere di più, cosa era successo veramente, il perché dell’accaduto. Purtroppo in quei giorni alla gente era solo lecito pensare, poiché parlare o agire era pericoloso. Tuttavia durante quel 10 aprile si apprese l’accaduto: il seminarista Rivi Rolando era stato prelevato dalla propria casa. Si era recato a studiare nel boschetto distante pochi passi dall’abitazione. Con i libri, il papà Roberto, che all’ora del pranzo non lo aveva visto rincasare, aveva rinvenuto anche un biglietto ove si diceva: “Non cercatelo, viene un momento con noi partigiani”. Qui finisce la vita del ragazzo quattordicenne Rolando a S. Valentino, ove ritornerà in una bianca bara portato a spalla dai suoi numerosi amici un mese dopo. (…) II padre di Rolando non vedendolo rientrare, come già riferito, rintraccia il partigiano Branduzzi, ben noto a S. Valentino, e trovatolo lo mette al corrente dell’accaduto pregandolo di cercare il figlio tra le formazioni partigiane.

Il giorno 12 aprile assieme a Don Camellini ed all’Arciprete Don Marzocchini si consigliano sul da farsi, visto che il Branduzzi non ha appurato niente. Solo il venerdì 13 al mattino si ha notizia da due partigiani provenienti dalla montagna che a Cerredolo si parlava di un giovane seminarista.

Sabato mattino 14 aprile, in bicicletta, il padre e Don Camellini decidono di andare di persona. Prima si recano a Farneta, poi a Gusciola senza avere alcuna traccia. Ridiscendono a Cerredolo ove incontrano dei partigiani ed anche il comandante della formazione “Martelli” il quale, richiesto di chiarimenti, li manda a Monchio dal commissario politico. Avvicinano parecchia gente, combattenti e non, finalmente il commissario Corghi che, interpellato, afferma cinicamente di averlo ucciso personalmente il giorno prima alle Piane di Monchio ove l’ha fatto seppellire.

Sarebbe troppo lungo scrivere tutte le domande, le suppliche fatte da Don Camellini al Corghi, mentre il padre era sempre tenuto a doverosa distanza, per sapere il perché l’avesse ucciso ed i particolari penosi delle ultime ore del ragazzo. “Era una spia dei Tedeschi da parecchi mesi”, “Aveva fatto uccidere due partigiani in un combattimento”, “Era pagato per questo servizio dal commissario prefettizio di Castellarano Benevelli Afro”, “Fu fatto regolare processo e sottoscritto dalla stessa vittima”. Tutti questi i moventi che il Corghi adduce come giustificazioni al suo atto criminoso.

Dalle testimonianze al processo di Lucca nel gennaio 1951 tutte queste affermazioni vengono smentite come false e ne consegue la condanna meritata. Il verbale infatti non verrà mai trovato e l’uccisione del ragazzo fu arbitrio folle del Corghi che avrebbe dovuto mandarlo al comando di zona, che solo aveva poteri decisionali. Solo in casi emergenti di impossibilità, per combattimenti in zona, che in quei giorni tutti concordarono nell’affermare non esistenti, e di fronte ad elementi di sicura colpevolezza si poteva procedere a esecuzione. È possibile che neanche una così tenera età, quattordici anni, abbia fatto recedere da questo insano proposito?  (…)

Un teste al processo di Lucca afferma che, alcuni giorni dopo l’uccisione del seminarista, trovando l’abito talare di questi nella casa ove fu segregato, alcuni giovinastri ne fecero un pallone da calciare. Quando il ragazzo, spogliato della sua divisa da seminarista, fu portato nella fossa per lui scavata, comprendendo la sua fine si aggrappò ad una gamba del carnefice chiedendogli pietà, ma gli fu risposto con un calcio. E quando comprese l’inutilità di ogni pietà, chiese di potere fare una preghiera per il papà e la mamma.

Mentre si inginocchiava due colpi di pistola, uno alla tempia sinistra ed uno al cuore, lo facevano per sempre tacere. Neanche il tempo di pregare gli fu concesso. Queste sono affermazioni dello stesso Corghi, come risulta dagli atti processuali di Lucca.

Ritornando al padre e a Don Camellini, rimasti sbigottiti dalla notizia, ottennero il permesso di potersi recare sul posto per disseppellirlo. Sotto poca terra e foglie secche trovarono il giovane. Una maglietta e due sdrusciti calzoni legati al ginocchio come allora usava per i seminaristi sotto l’abito talare, un foro alla tempia e del sangue dalla parte del cuore, abrasioni al viso sporco di terra, così si presentò il cadavere. La scena più commovente, dice Don Camellini, fu il colloquio che il padre fece con il figlio dopo essersi inginocchiato per terra tenendo fra le braccia il cadavere! Parole sconnesse, gemiti, pianto, domande, silenzi, sguardi all’orizzonte immenso come interminabili gli attimi vissuti tra loro. (…) Con l’umana solidarietà di due contadini di Monchio poterono fare una rudimentale cassa di legno ove comporre la povera salma.

Portata nella cappella mortuaria del locale cimitero, si attese il mattino del giorno dopo (…) per darle regolare sepoltura. Stanchi e senza cibo dal giorno prima i due pellegrini trovano ospitalità nella canonica di Monchio, ancora devastata dalla barbarie tedesca. Di buon mattino portano in chiesa la salma e Don Camellini con tenace volontà celebra la Santa Messa. Poche donne tutte velate a lutto, ancora spaventate e disperate, accomunano le loro preghiere per questo martire a tutti gli altri martiri a loro cari. Dopo la mesta funzione viene riportato nel cimitero di Monchio per la sepoltura. Don Camellini e specialmente il padre Roberto vorrebbero fermare il tempo e non sanno darsi pace di lasciare lì solo il povero ragazzo. Ma bisogna rientrare a S. Valentino con l’amarezza di riferire ai famigliari, alla mamma Albertina che ancora non sa niente ma che spera di vedere rientrare il marito con il figlio. Don Camellini aveva promesso alla madre di riportargli il figlio, mentre sconsolato non glielo può portare nemmeno morto.

Una cerimonia commemorativa sul luogo dell'uccisione di Rolando Rivi.

Una cerimonia commemorativa sul luogo dell’uccisione di Rolando Rivi.

Nessuno può descrivere gli attimi, le ore, i giorni trascorsi da questi due genitori e famigliari alla notizia dell’accaduto. (…) Solo pochi giorni dopo la liberazione i famigliari decidono di riesumare la salma e portarla nel cimitero di S. Valentino (…). Anche allora una folla mai vista di parrocchiani attese l’arrivo della salma nella località Montadella. Su un biroccio trainato dal cavallo di un paesano di nome Bernabei Giovanni, che allora era il corriere occasionale di quella frazione, giunge la salma. Spalleggiata da centinaia di giovani che si alternano, si forma il corteo con in testa le bandiere di tutta l’Azione Cattolica finalmente spiegate al vento. Dal campanile arrivano i rintocchi delle campane (…). Il corteo interminabile arriva nella Chiesa di S. Valentino che accoglie un suo martire e lo glorifica con le preghiere di tutto il popolo rivolte a Dio immenso e misericordioso. Fu l’arciprete Don Olinto Marzocchini che organizzò e si protese per un così grandioso tributo a questo suo parrocchiano immolato. Lui stesso conosceva di persona quante e quali angherie, sofferenze e umiliazioni aveva dovuto subire per questi eventi bellici. (…)

La giustìzia fece il suo corso e si arrivò così ad un regolare processo con la meritata condanna. (…)

Dante Bursi

[Archivio Parrocchiale di S. Valentino, AA. VV., “Torniamo a S. Valentino. Quarant’anni dopo: 1945-1985”, s.p.]

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura