Baroni, vero «sposo» della sua Chiesa. Portò in Diocesi i frutti del Concilio in unione al Papa e senza fughe in avanti

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– da “La Libertà” n. 13, del 6 aprile 2013 –

Dopo quello di Giuseppe Dossetti, “genovese” per i natali ma reggiano illustre per grandezza d’animo e d’intelletto, la nostra Diocesi si accinge a festeggiare il centenario della nascita di un bolognese che a Reggio Emilia ha lasciato il suo cuore, il suo fecondissimo magistero nonché il suo corpo, in attesa dell’ultimo giorno: Gilberto Baroni, il primo vescovo di Reggio Emilia – Guastalla. La sua icona, sotto forma di una maxi-fotografia, era stata portata in processione in Cattedrale la sera dell’11 ottobre scorso, nell’apertura diocesana dell’Anno della fede.

Baroni, come Dossetti, è stato un grande testimone del Concilio Vaticano II. Ne abbiamo ricordato di recente il 14° anniversario di morte con un’omelia-capolavoro di monsignor Francesco Marmiroli (si veda La Libertà del 23 marzo, a pagina 8).

Ora, per solennizzare il centenario della nascita, il vescovo Massimo Camisasca ha invitato a Reggio Emilia il cardinale Camillo Ruini, che il 16 maggio 1983 Giovanni Paolo II nominò vescovo ausiliare per le diocesi di Reggio Emilia e Guastalla, quando ancora erano distinte, con l’assegnazione della sede titolare di Nepte. Fu proprio Baroni a consacrarlo vescovo il 29 giugno dello stesso anno; dopodiché monsignor Ruini – che fino ad allora si era distinto nell’insegnamento di filosofia e teologia dogmatica tra Reggio e Bologna, ricoprendo vari incarichi diocesani – fu l’ausiliare di Baroni per tre anni, fino a quel 28 giugno 1986 in cui Papa Wojtyla lo chiamò a Roma come Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.

Il porporato di origine sassolese ha accettato l’invito di Camisasca: sarà a Reggio Emilia martedì 16 aprile alle 21 per presiedere in Cattedrale la Messa a compimento dell’anno centenario della nascita di Gilberto Baroni, avvenuta a Gherghenzano di San Giorgio di Piano il 15 aprile 1913.

Il cardinale Ruini ha raccontato a Paolo Rodari, per il quotidiano La Repubblica del 14 marzo scorso, come ha vissuto la scelta del “fratello” Jorge Mario Bergoglio, definita “coraggiosa e piena di significato”, maturata nel Conclave-lampo: “Avevo terminato da pochi minuti la Messa in San Giovanni in Laterano per il nuovo Papa da eleggere ed ero appena entrato nella mia auto. Ho detto subito all’autista di cercare di arrivare in Vaticano. Ci siamo riusciti e ho avuto la fortuna di poter entrare nella Cappella Sistina quando il nuovo Papa stava ricevendo l’obbedienza e il saluto di ciascun cardinale…”. Tornando a Reggio Emilia, Ruini ha accolto volentieri di ripercorrere con La Libertà, in questa intervista esclusiva, il suo legame con la Diocesi d’origine e in particolare con il “suo” vescovo monsignor Baroni, fino ai giorni nostri.

           Eminenza, quali tratti della personalità di monsignor Baroni – dal suo ingresso come vescovo di Reggio Emilia, nel 1965 – l’hanno maggiormente colpita e “influenzata”?

Il grande senso della Chiesa e della sua missione, in concreto la volontà di realizzare in Diocesi il Concilio Vaticano II. Inoltre la concretezza e la capacità di governo. E ancora lo spirito di preghiera, in particolare l’amore per la liturgia, e la semplicità di vita. Monsignor Baroni era poi una persona un po’ timida e ritrosa, ma molto cordiale e simpatica.

           Su quali basi si sviluppò la sua collaborazione pastorale con il vescovo Gilberto? Come avvenne che la scelse come ausiliare? Quale fu la sua reazione?

La collaborazione è iniziata nel 1966, un anno dopo il suo arrivo a Reggio: nell’anno pastorale 1965-66 mi aveva concesso infatti di trascorrere la maggior parte del mio tempo a Roma, per terminare la mia tesi di dottorato in teologia. Nel 1966 mi nominò, con mia grande sorpresa, delegato vescovile per l’Azione Cattolica, incarico allora molto importante, perché l’Azione Cattolica di Reggio Emilia, non ancora unita a Guastalla, aveva ben 30.000 iscritti, quindi una grossa percentuale della totalità dei cattolici praticanti. Da allora in poi ho sempre collaborato strettamente con monsignor Baroni, insieme al vicario generale monsignor Giuseppe Mora, a don Emilio Landini e don Luciano Monari, ricoprendo diversi incarichi, anche simultanei: preside dello Studio Teologico, vicario episcopale per il laicato e la cultura, presidente del Centro Giovanni XXIII, membro del consiglio episcopale. Ero lontano però dal pensare di diventare vescovo ausiliare: anzi, non immaginavo proprio che monsignor Baroni sentisse il bisogno di avere un ausiliare. La mia reazione, quando nel maggio 1983 mi comunicò la nomina e mi chiese se accettavo, fu di grande timore: non mi sentivo assolutamente degno dell’episcopato. Chiesi al vescovo tempo per riflettere e pregare; mi concesse a fatica una giornata, che decisi di trascorrere al seminario di Marola. Poi accettai, con animo molto più sereno. Da ausiliare, con monsignor Baroni mi sono trovato perfettamente a mio agio e oso pensare che anche lui si trovasse bene con me: quando, tre anni dopo, fui chiamato alla Cei come Segretario generale, monsignor Baroni mi disse che aveva sperato che potessi continuare con lui fino alla fine del suo episcopato, anche perché mi vedeva come suo successore.

Da sinistra: il Vescovo Emerito Paolo Gibertini, il card. Ruini e mons. Gilberto Baroni.

Da sinistra: il Vescovo Emerito Paolo Gibertini, il card. Ruini e mons. Gilberto Baroni.

           Liturgia, catechesi, seminario, presbiterio, diaconato, ministeri, Azione Cattolica: il vescovo Gilberto si spese senza riserve per “aggiornare” la Chiesa locale secondo i dettati del Concilio Vaticano II. Lei seguì in particolare la promozione e la celebrazione del Sinodo diocesano su “L’annuncio del Vangelo oggi in terra reggiana e guastallese”. Che bilancio fa, oggi, di quell’evento? Cosa è stato maggiormente recepito e cosa lasciato cadere?

Il Sinodo diocesano ha convogliato su di sé a lungo molte attenzioni, speranze ed energie. Io ero stato uno dei partecipanti a questa impresa, non sempre in accordo con altri. Rimasi quindi sorpreso quando monsignor Baroni, appena fui nominato ausiliare, mi disse che toccava a me concentrarmi sul Sinodo e condurlo a termine, possibilmente in termini ravvicinati. L’ho fatto; non è stata una passeggiata ma ho trovato moltissime e preziose collaborazioni. Dopo sono venuto a Roma e ci sono rimasto. Nella mia nuova posizione ho ritenuto mio dovere evitare di interferire con la vita della Diocesi: perciò non sono in grado di dare una risposta precisa su cosa del Sinodo sia stato recepito e cosa lasciato cadere. Mi sembra comunque che il Sinodo dei buoni frutti ne abbia portati.

La solenne concelebrazione per l'Ordinazione Episcopale di Luciano Monari (a sinistra); al centro, il card. Ruini, a destra mons. Baroni.

La solenne concelebrazione per l’Ordinazione Episcopale di Luciano Monari (a sinistra); al centro, il card. Ruini, a destra mons. Baroni.

           Il suo confratello nell’episcopato nonché conterraneo sassolese monsignor Luciano Monari ha scritto che Baroni, pur avendo manifestato grande apertura alle trasformazioni conciliari, “è stato una guida sicura, in perfetta comunione col Papa, senza vertigini di modernità”. Si riconosce in questo giudizio? Come definirebbe la spiritualità di Baroni?

Mi riconosco pienamente nelle parole dell’amico monsignor Luciano. La spiritualità di monsignor Baroni la definirei una spiritualità “sponsale”: ripeteva infatti molto spesso che il vescovo, e anche il sacerdote, non sono celibi ma sposati, sposati alla Chiesa loro affidata.

           Cosa ricorda del suo triennio da ausiliare di monsignor Baroni?

I ricordi sono tanti; ne menzionerei almeno uno, il più forte e il più vivo: le innumerevoli visite fatte alle parrocchie reggiane, guastallesi e sassolesi (faccio quest’aggiunta per accontentare i miei amici di Sassuolo), spesso per le cresime o per le tante processioni, che proprio in quegli anni riprendevano forza. Così ho conosciuto meglio la Diocesi, i preti, la gente, e conoscendo ho voluto bene.

           Per tutti i reggiani resterà indimenticabile la visita del Papa del 5-6 giugno 1988, quando Giovanni Paolo II l’aveva già nominata Segretario generale della Cei. Cosa le resta nel cuore di quell’incontro tra il Beato Wojtyla e monsignor Gilberto?

Sono state giornate bellissime, ma sfibranti. Il Papa era ancora nel suo pieno vigore eppure la sera del 5 giugno l’ho visto sfinito, tanto da non riuscire nemmeno a cenare. Monsignor Baroni voleva profondamente bene al Papa e voleva che tutti i fedeli amassero il Papa. Perciò riuscì a portare a Roma 10.000 reggiani, per ringraziare il Papa della sua visita, e nei giorni in cui il Papa fu a Reggio monsignor Baroni fu al culmine della gioia, ma anche dell’impegno perché tutto, nella visita, andasse nel modo migliore.

           Nel 1971 era venuto a Reggio Emilia anche il già illustre teologo Joseph Ratzinger, da Lei invitato come preside dello Studio teologico. Ebbe modo di incontrare anche Baroni? Quale ricordo conserva di quel primo incontro con il futuro Benedetto XVI?

Non ricordo se Joseph Ratzinger abbia incontrato monsignor Baroni in quell’occasione. Ricordo però che monsignor Baroni mi aveva incoraggiato ad invitarlo. Di Ratzinger mi colpì, accanto alla profondità teologica, che già conoscevo dai suoi libri, la grande semplicità e anche l’interesse per Canossa: mi chiese di visitarla e venne con noi anche don Pietro Ferraboschi. Ratzinger fu felice di vedere quei luoghi. Aggiungo un particolare gustoso: nel viaggio in autostrada da Reggio a Linate per prendere l’aereo e ritornare in Germania, mi chiese di fermarmi a un autogrill per comprare un dono per sua sorella e acquistò un bel po’ di salsicce nostrane, che gonfiarono la sua borsa da viaggio.

            Dal 16 dicembre 2012 la nostra Diocesi reggiano-guastallese è retta da monsignor Massimo Camisasca. Come valuta questo primo periodo del suo episcopato?

Sono felice che monsignor Massimo Camisasca sia il nuovo vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e in questi primi mesi di episcopato mi sembra abbia conquistato la stima, l’ammirazione e soprattutto il cuore dei reggiani. Gli auguro di proseguire con sempre maggiori frutti il cammino ben iniziato e gli sono vicino con l’affetto e la preghiera.

 

Edoardo Tincani

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana