Il commiato di Benedetto XVI: inno di fede, più che mesto ritiro (la riflessione)

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– da “La Libertà” n. 9, del 9 marzo 2013 –

“Ora sono soltanto un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra”: basterebbero queste parole per dare senso a tutto l’accaduto. “La tua umiltà ti ha reso grande”, recita uno striscione di un fedele, attonito in quel gelido 28 febbraio. Dopo il Papa buono, il Papa tormentato e Giovanni Paolo II il Grande, esce sommessamente di scena il Papa umile, portandosi con sé due gattini di ceramica e il suo amato pianoforte. Potrebbe essere uno di noi, se non fosse per la tecnologia più avanzata che irrompe nella ritualità secolare della sede vacante. E a ben vedere, alle ore otto spaccate di quella sera il portone di Castel Gandolfo si chiude e le guardie svizzere depongono l’alabarda prima di tornare in Vaticano.

Per chi ha fatto studi classici questo Pontefice, apparentemente superbo nella sue magistrali riflessioni teologiche, si immedesima nel Demetrio di Plutarco che alla fine del suo regno “si spoglia della tunica regale, ne indossa una povera e dimessa, e se ne va”; è già stato scritto tanto sul gesto di scandalo che apre un percorso nuovo nella storia della Chiesa, facendo intravedere un inedito modo di vivere la fede cristiana a totale testimonianza della nostra creaturalità.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]e avevamo bisogno di testimoni, questo penso sia stato il gesto più luminoso e sconcertante che mai si sarebbe potuto immaginare in un momento caotico come questo. è come se ci dicesse che imparare a vivere significa imparare a morire a se stessi: vogliamo seguire l’io o Dio? Il bene individuale o il vero bene? Sia ai laici che ai cristiani mi sembra sia stata data una grande, fondamentale lezione di vita.

Saluto da Castelgandolfo

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]mparare a vivere è maturare, educare. Apostrofare qualcuno per dirgli “adesso ti insegno a vivere” significa – a volte con toni minacciosi – ti raddrizzo io. Il messaggio del Papa è lontano dal prepotente anelito all’autoaffermazione e si concentra tutto sulla radicale fiducia filiale all’interiorità di ciascuno di noi, unica e irripetibile. Questo ripetere “la mia vita, la mia persona” è una chiamata alla responsabilità individuale, alla preghiera continua.

Imparare a vivere – sembra dire questo gigante della fede – dovrebbe significare imparare a sentirsi mortali, preparandosi senza deprimersi appunto alla propria umana mortalità. Da Platone in poi, anche per i laici è l’antica ingiunzione filosofica: filosofare e/o pregare è imparare a concludere i propri giorni. Questa è la connessione straordinaria tra filosofia e fede. Imparare a vivere è sempre narcisistico: si vuole vivere il più possibile, si vuole apparire sempre giovani e scattanti, si vuole continuare a coltivare tutte quelle cose che, infinitamente più grandi e potenti di noi, fanno parte di quel piccolo “io” dal quale traboccano. Il Papa lancia al mondo un messaggio contrario: accetto di rinunciare a ciò che mi ha formato, che mi  ha condotto sul Soglio pontificio, a ciò che ho tanto amato perché solo così sono fedele a me stesso e alla mia coscienza in cui parla Dio. è evidente lo sgomento che deve averlo colto quando si è accorto di questa inclinazione, ma “sulla Tua Parola io getterò le mie reti”: si è sentito come Pietro sulla barca della Galilea, in acque agitate e con vento contrario.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap] il coraggio, chi glielo ha dato mai il coraggio del gesto clamoroso? Sentirsi amati da sempre e per sempre: sentirsi nel cuore di Dio. Sfidare l’opinione pubblica, le tradizioni ecclesiali, il vento della storia. Benedetto XVI ci ha fatto intuire che, con la scomparsa del sacro dal nostro povero mondo, l’immaginazione umana è stata impoverita, e molti di noi vivono con un senso di frustrazione, persino di vuoto esistenziale. Forse la grande sfida sta nell’avere tanta fiducia nell’amore di Dio da non temere di entrare completamente nel mondo secolare e parlare di fede, speranza e amore. Forse il luogo dove il vuoto ha bisogno di essere colmato è dentro a ciascuno di noi. Forse la distinzione tra secolare e sacro può essere superata quando entrambi vengono identificati come aspetti dell’esperienza di ogni essere umano.

Grazie, avevamo proprio bisogno di un segno grande. Ed è arrivato. Non vi pare?

Katia Iori

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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