Giorgio Ferri, il “maestro” dei Sinti e dei Rom. Un ricordo

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-da “La Libertà” n. 1 del 12 gennaio 2013 –
Ho conosciuto Giorgio Ferri agli inizi degli anni Settanta. Allora ero un giovane maestro elementare e venni a sapere di questa “strana scuola” per nomadi, istituita dal Provveditore agli Studi a Baragalla di Reggio Emilia.
I primi incontri con Giorgio sono avvenuti in convegni residenziali che si sono tenuti in montagna, dove io abitavo e insegnavo, rivolti all’aggiornamento dei docenti nel periodo di prova e non solo.
Dai plessi di Riva e Cavola di Toano, dove ero stato assegnato dall’anno scolastico 1969-70, cercavo di mettere in pratica molte delle significative innovazioni che si stavano sperimentando nel nostro Paese. Così cominciai a leggere le testimonianze di don Lorenzo Milani e tenevo una fitta corrispondenza scolastica dei miei alunni con educatori che operavano in aree disagiate.
Ricordo ancora con riconoscenza le testimonianze di monsignor Antonio Riboldi, animatore della scuola per bambini nella terremotata Valle del Belice, e di don Roberto Sardelli, maestro dei baraccati di Roma nella zona dell’Acquedotto Felice.
Così non poteva mancare l’incontro con chi si stava dedicando “mente e cuore” ad un’esperienza educativa così “trasgressiva” come la scuola “Lacio Drom” (Buon Cammino) a Baragalla, per i nomadi.
Giorgio Ferri.

Giorgio Ferri.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]iorgio Ferri nasce a Quattro Castella nel 1932 e arriva alla Scuola speciale dopo aver fatto, negli anni Cinquanta, supplenze saltuarie e attività di doposcuola. Nel 1965 viene nominato – aveva conseguito il diploma presso l’Istituto Magistrale “Matilde di Canossa” nel 1954 – in ruolo come soprannumerario e assegnato a Magliatica di Baiso. Tale destinazione gli avrebbe creato non pochi problemi, in quanto era sposato e aveva figli, e Magliatica risultava a quei tempi una sede scomoda per un maestro residente in città.
Questo disagio è raccontato da lui stesso nell’omonima rivista “Lacio Drom” (n. 4/5- ottobre 1968). “Le mie condizioni di capofamiglia, con a carico moglie e figli, non mi avrebbero consentito, senza incidere profondamente sul mio bilancio familiare, di affrontare notevoli spese per i viaggi quotidiani da casa a scuola o di restare nella sede di insegnamento a pensione”.
Cerca una soluzione alternativa e si reca nella sede del Provveditorato agli Studi di Reggio Emilia, dove viene informato di una scuola in città per fanciulli nomadi, sistematicamente rifiutata da tutti i maestri interpellati.
“Gli zingari! Io che avevo sempre espresso pareri terribili sul loro conto…”, racconta Giorgio Ferri. In ogni caso, decide di incontrare il cappellano dei nomadi e delle carceri, don Luigi Veratti, che accompagnò il titubante maestro a visitare alcune carovane.
[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]urante uno di questi incontri, fu colpito dalla presenza di un bimbo che in un angolo chiedeva un pezzo di pane alla mamma. “Fui avvinto da quella scena – ricorda il nostro maestro – non sentivo e non vedevo altro… Mio figlio in casa al caldo, pulito, felice e questo bambino sporco, infreddolito, affamato… Fu allora che presi la migliore e più umana delle decisioni: sarei stato il suo maestro”.
Cominciò così l’avventura educativa di Giorgio Ferri a Baragalla, scuola dove io portai in visita gli alunni della classe in cui insegnavo, affinché scoprissero un mondo diverso e nuovo per loro ma anche per me.
[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]Q[/dropcap]uesta esperienza educativa è continuata anche dopo l’abrogazione delle Scuole speciali avvenuta a metà degli anni Settanta e ha rappresentato l’opportunità per far crescere a Reggio Emilia un progetto, unico in Italia, di inserimento dei bambini nomadi nelle sezioni e nelle classi comuni della scuola dell’infanzia, elementare e media. Giorgio Ferri ottenne il comando presso l’Opera Nomadi e operò in stretta collaborazione con l’ispettore scolastico Sergio Masini, il quale diede vita a un’intensa azione educativa tendente a coinvolgere non solo i bambini, ma anche i genitori dei ragazzi Sinti. Il maestro Ferri, coadiuvato dall’instancabile lavoro dell’insegnante Gabriella Pellini, teneva i collegamenti con i genitori nei campi sosta e con gli insegnanti delle scuole frequentate da alunni nomadi.
[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]iorgio era una persona sincera, schietta ed operativa; ha espresso in modo esemplare la migliore tradizione culturale del cattolicesimo impegnato, profondamente radicato nella terra reggiana, attraverso l’essenzialità dei grandi maestri.
La sua testimonianza educativa è una bella pagina della scuola italiana che mi auguro possa essere ricostruita perché continui a vivere, non tanto di ricordi ma in atti concreti.
Luciano Rondanini
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