“La musica delle Gocce”: in ascolto del mondo interiore dei ‘bambini speciali’

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– da “La Libertà” n. 41 del 24 novembre 2012 –

A Reggio, nella parrocchia San Giovanni Bosco, da una ‘costola’ dell’esperienza “Una goccia di speranza” è nato il progetto “La musica delle Gocce”, uno spazio ‘sonoro’ e di gioco per i piccoli disabili e le loro famiglie

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]n ambiente semplice, essenziale, ricavato in un paio di stanze dell’oratorio messo a disposizione dal “don” e reso accogliente, familiare – quasi ‘casalingo’ – grazie a pochi accorgimenti pratici. Qualche strumento musicale. Un gruppo di persone – adulti, giovani universitari, persino ragazzini delle medie – unite dalla voglia di regalare a dei ‘bimbi speciali’ un momento tutto per loro di gioco e socializzazione (che con tutta probabilità, non troverebbero altrove). Le famiglie di questi piccoli si lasciano coinvolgere e riescono a creare – con i volontari e fra loro – una rete di socializzazione che spesso sfocia nell’amicizia e in relazioni umane ‘calde’, fatte di dialogo, reciproca stima e sostegno.

È questo forse il segreto de «La musica delle Gocce», un’esperienza che, per i risultati e i frutti di comunione che sta generando, ancora stupisce gli stessi promotori, vista la sua capacità di mettere insieme l’aspetto ludico e musicale, l’impegno gratuito e disinteressato di tanti volontari, l’esercizio concreto di gesti d’accoglienza e carità cristiana… Un ‘miracolo feriale’, che l’intera parrocchia sta concretamente sperimentando e vivendo con senso di gioia e stupore.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]«L[/dropcap]a musica delle Gocce» nasce come percorso ‘parallelo’ – con una connotazione spiccatamente ‘musicale’ – al progetto originario, «Una goccia di Speranza», un’esperienza avviata tra il 2008 e i primi mesi del 2009 nella parrocchia di S. Maurizio (unità pastorale “Giovanni Paolo II” di Reggio Emilia) in collaborazione col Centro Volontari della Sofferenza “per dare, almeno un giorno alla settimana”, spiega Maurizio Piermarini, webmaster del blog ‘unagocciadisperanza.blogspot.it’ e volontario a sua volta, “la possibilità a bambini diversamente abili o con patologie particolari, di passare un pomeriggio di gioco diverso, al di fuori degli schemi, delle mura domestiche, o delle strutture che li seguono durante la settimana”.
Oggi quella goccia di bene caduta nell’oceano si è propagata, da quell’ispirazione sono scaturite realtà ormai consolidate anche in altre tre parrocchie (Sant’Anselmo città, Rubiera e Scandiano). Per la parrocchia di S. Giovanni Bosco in città, di cui è amministratore parrocchiale don Francesco Avanzi – che qui raduna anche i giovani universitari, di cui è assistente diocesano – è stato un po’ diverso.

Le giovani volontarie animano, insieme ai genitori, un momento di canto e danze con i ‘bambini speciali’ del progetto “La musica delle Gocce”

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“D[/dropcap]opo quattro anni a contatto con i nostri bambini”, racconta Lucia Ianett, di professione insegnante, tra i referenti del gruppo dei volontari adulti, “ci siamo accorti che molti di loro, pur non comunicando con la parola, dimostrano di avere una grandissima sensibilità al ‘musicale’: se sono depressi si rianimano, se sono agitati si calmano. La musica sortisce proprio un effetto riequilibrante, e anche di gioco”. Da qui l’idea di far giocare i piccoli attraverso i suoni. “Non si tratta di mettere su un disco in sottofondo”, riprende, “ma di interagire con loro ‘facendo suono’, spingendoli a produrre musica, senza però finalità terapeutiche né di prestazione”. Vuol dire cantare insieme canzoncine, ‘bans’ animati, filastrocche – spronandoli ad esempio a battere le mani –, oppure dare loro qualche strumento musicale di basso tono (ovetti, bastoncini, shaker…), invitandoli a sperimentare la musicalità degli oggetti.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“N[/dropcap]l ritrovo settimanale è fissato al mercoledì pomeriggio, negli ampi spazi della parrocchia S. Giovanni Bosco di Reggio Emilia, in via Schwerin. Il primo gruppo (bambini dai 7-8 anni fin verso i 12 anni) resta dalle 15.30 alle 17. Il secondo (fino ai 25 anni, molto più ‘tranquilli’ anche per ragioni di disabilità motorie) dalle 17 alle 18. “Quando si avvicina l’orario del ‘cambio’ gruppi”, aggiunge Lucia, “facciamo un momento di merenda comune, che diventa così occasione d’incontro dei due gruppi, ma anche opportunità di socializzazione, scambio e confronto tra genitori”. Non va dimenticato che i servizi per diversamente abili sono sempre più tagliati, che tutto ciò che le famiglie oggi possono ottenere in tal senso è a pagamento, mentre qui quanto si offre, seppur senza velleità riabilitative e di cura, è totalmente gratuito.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“D[/dropcap]on c’è dunque alcun intento”, spiega Lucia, “di allestire, che so, un concerto dimostrativo, un saggio di fine anno, o iniziative di questo tipo: desideriamo soltanto stare con i bambini, renderli felici per quel che ci è possibile in quel momento, dare un’opportunità di stare insieme e anche, diciamo, di trovare con loro – in qualche modo – un canale di comunicazione”.

Le ragazze presenti annuiscono. Sono le ‘quote rosa’, al momento la componente maggioritaria dei volontari: una sensibilità squisitamente femminile, che però non è detto non possa contagiare anche volonterosi colleghi maschi… “Sono loro”, precisa Lucia, “a interagire principalmente coi piccoli ‘ospiti’, mentre noi adulti ci teniamo più che altro all’esterno, a controllare che tutto vada per il meglio: se un bambino va in crisi, se una mamma è preoccupata…”. “Un nostro grande desiderio sarebbe che, man mano, si aggregassero i giovani della parrocchia: creare cioè una nuova generazione di volontari attenti e sensibili a questo mondo; perché nel momento in cui aiuti altri, anche tu cresci!”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]Q[/dropcap]ui si apre una riflessione significativa, che vale a maggior ragione per i ‘grandi’. Riceviamo e ‘inoltriamo’ a tutte le parrocchie in ascolto. “Se attraverso la musica” – dice Lucia accompagnando con un sorriso – “prendi contatto con la realtà di questi ‘bambini speciali’, come li chiamiamo noi (realtà che magari vista da fuori ti può intimorire), e poi ti lasci coinvolgere, ti accorgi che è bellissima! Si tratta solo di abbattere il muro dell’imbarazzo, del sentirsi inadeguati, il timore del non saper cosa fare in determinate situazioni. Bambini come questi ci sono, bene o male, in tutte le comunità, e sarebbe bello che ogni comunità parrocchiale ne prendesse consapevolezza: bisognerebbe interrogarsi sulla loro esistenza, trovare una modalità per farli integrare… Sono un dono, e la Chiesa (noi, comunità cristiana) se li accoglie fa davvero un servizio a se stessa, poiché diventano una bellissima palestra di carità”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]erto, c’è voluto un minimo di preparazione prima di affrontare questa piccola grande sfida: da un lato attraverso colloqui preliminari coi genitori (“Ci siamo fatti dire alcune caratteristiche dei bimbi, per esempio legate al rapporto coi suoni, o a certi bisogni e ‘talenti’ specifici…”), dall’altro col prezioso supporto di conoscenza e professionalità di Mariagrazia Baroni, musicista, insegnante all’Istituto diocesano di Musica e Liturgia. “è lei che ci ha affiancato e formato fin dall’inizio”, conclude Lucia, “dandoci gli strumenti minimi, legati anche a certi accorgimenti pratici. Ma ben lungi da ogni pretesa di fare, qui, musicoterapia: ‘lavoriamo’ per costruire relazioni”. E i risultati arrivano. “Alcuni ragazzi delle medie hanno cominciato a venire spontaneamente, a noi non sembra vero; c’è un’insegnante di sostegno che è stata portata a sua volta da una collega… Una rete nata dal passaparola”.
I volti, in primis quelli di mamme e papà, sono distesi e sorridenti. Ciascuno prova a dare il meglio di sé. Si respira una coralità d’intenti.
Una ‘sinfonia’ che solo dei bambini così speciali potevano creare.

Matteo Gelmini

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