«La Libertà» per l’uomo e per il Vangelo: 60 anni tra Chiesa e Società. Il settimanale festeggia il compleanno l’8 novembre con un convegno

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– da “La Libertà” n. 38 del 3 novembre 2012 –

Fondato il 19 ottobre 1952, il 1° numero usciva con un editoriale (che qui pubblichiamo) del Direttore don Wilson Pignagnoli. Con il 1976 gli subentrarono don Giancarlo Bellani e don Gianni Crotti. E si arriva al rinnovamento redazionale e grafico avviato dal Vescovo Adriano nel 2003. Proprio monsignor Caprioli aprirà il convegno dei 60 anni – in programma giovedì 8 novembre alle 17.30 nel Seminario di viale Timavo a Reggio – con un intervento sul valore pastorale e comunionale di un settimanale diocesano.

Il ‘tondo’ anniversario non vuole rappresentare un punto d’arrivo, ma un momento di rilancio, con una campagna abbonamenti capillare e il rinnovo del sito internet (www.laliberta.info).

(per approfondire: leggi l’

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]ome ormai sanno i nostri lettori, La Libertà compie 60 anni. Un traguardo, verrebbe da dire. Ma soprattutto, una ripartenza. Per tanti motivi, non ultimo il fatto che la ricorrenza coincide con l’arrivo di un nuovo Vescovo.

Nel tardo pomeriggio di giovedì 8 novembre è previsto, in seminario (si veda il riquadro a fianco), un convegno dal titolo Da Socche a Caprioli: i sessant’anni de “La Libertà” (1952-2012). Non si tratterà tanto di fare dei bilanci (anche se non sarà dimenticato l’aspetto storico: l’affronterà il professor Giuseppe Giovanelli, coordinatore del Centro Diocesano di Studi Storici), quanto di puntare a un rilancio: il Vescovo Adriano Caprioli parlerà infatti del settimanale come strumento non solo di comunicazione, ma di pastorale; gli interventi “brevi” sottolineeranno le opportunità che il settimanale ha come strumento per la vita del territorio diocesano, non solo dal punto di vista ecclesiale, e le prospettive che i media on line (internet, social network eccetera) aprono per il futuro.

Dopo un breve buffet-cena, il convegno si concluderà con un breve incontro organizzativo, in cui saranno presentati, a collaboratori e referenti sul territorio, i particolari della nuova campagna promozionale, che dovrebbe consentire un allargamento del numero dei lettori (paganti, s’intende) e quindi un sollievo per le finanze del settimanale, gravemente appesantite dall’aumento esponenziale delle tariffe postali, dal crollo dei contributi statali all’editoria e (sia pure in misura minore) dal calo degli abbonamenti.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]ntanto, è interessante rileggere quanto scriveva il primo direttore, don Wilson Pignagnoli, nell’editoriale del primo numero (19 ottobre 1952). Allora il giornale riportava, come sottotitolo,  “Settimanale sociale reggiano”; don Wilson diresse il giornale fino al dicembre 1975 (dal gennaio 1976 la direzione fu assunta dal tandem don Giancarlo Bellani e don Gianni Crotti).

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A te lettore

mons. Wilson Pignagnoli, primo Direttore de “La Libertà”

 

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]n nuovo settimanale è uscito a Reggio Emilia ed è arrivato in questo momento anche nelle tue mani, amico lettore.

Cerco di cogliere le impressioni che passano nel tuo animo. Alcune domande ti si presentano subito: da chi è fatto? Chi è che lo finanzia? Quali affari si nascondono sotto?

Ti rispondo subito: è fatto da persone che hanno molto da dire, da uomini che sentono agitarsi dentro di sé profondi ideali ai quali dedicano tutta la vita. Uomini che si ribellano contro l’ingiustizia e la menzogna; e che sentono il bisogno di bollarla a fuoco, anche se purtroppo le loro parole dovranno restare infruttuose, anche se la giustizia e la verità che essi vorrebbero restaurare, dovranno scendere a compromessi con la ineluttabile realtà concreta.

Ma qualche cosa essi vogliono pur dire e la vogliono dire anche a te.

Chi lo “finanzia”? Oh, non correre molto avanti con la tua fantasia! Il primo finanziatore di questo settimanale è l’“entusiasmo” ed appena ci siamo trovati con quattro soldi in tasca siamo partiti.

Il secondo finanziatore sarai tu che capisci il motivo della nostra lotta e ci verrai incontro con il tuo aiuto concreto e con la tua propaganda fra altri amici.

“Affari”? Io personalmente non ne ho, e prima di difendere gli “affari” altrui ci voglio vedere ben chiaro, ed il giorno in cui mi accorgessi che c’è gente che specula sul nostro settimanale per far trionfare un portafogli anziché un’idea, sarei io il primo a ribellarmi. Ma sono troppo sicuro che questo non accadrà. Gli affari che noi vogliamo difendere sono quelli di tutto un popolo, specialmente del popolo reggiano, del popolo umile ed anonimo che soffre e lavora; del popolo semplice che a prezzo di fatica raduna i piccoli risparmi per i suoi figli; del popolo ingenuo che crede al primo piazzaiolo il quale poi lo truffa.

Per questo il nostro settimanale si chiama «sociale»: non certo perché vogliamo fare della demagogia “socialista”, ma perché siamo convinti che non v’è nessun diritto o dovere di un individuo che non abbia la sua ripercussione sulla società umana, e difendendo la persona umana difendiamo in un certo senso la società umana. Non difendiamo dunque la libertà individuale a sé stante, perché sappiamo quanto sia vera la frase di Pio XII: “La libertà individuale, libertà da tutti i vincoli, da tutte le regole, da tutti i valori obiettivi e sociali non è in realtà che un’anarchia”.

«La Libertà» ha dunque incominciato la sua vita: intendo «la libertà», settimanale sociale reggiano, bandiera attorno alla quale combattono umili soldati del dovere, dislocati in ogni angolo della provincia.

Ma con «la libertà» di carta vogliamo che trionfi anche la libertà ideale, la grande, la vera libertà di ogni individuo e della società. Quella libertà di cui storicamente si comincia a parlare con l’avvento del Cristianesimo, quella libertà in cerca della quale sono morti milioni di uomini, quella libertà che viene apprezzata solo quando la si perde del tutto.

Nella mitologia romana veniva adorata sul Colle Aventino la statua della Libertà: era di solito rappresentata come una matrona bianco-vestita, tenente in mano uno scettro o una verga o una clave, nell’altra un berretto; ai piedi un gatto, il più indipendente degli animali. Catone d’Utica si suicidò per non cadere nelle mani di Cesare e perdere così la sua libertà.

Noi alla libertà del gatto, concepita come ideale umano della mitologia romana, e alla libertà suicida di Catone, preferiamo, semmai, la libertà del martire che si lascia uccidere per non mancare di fedeltà al suo ideale.

Il direttore, don Wilson Pignagnoli

(Reggio Emilia, 19 ottobre 1952)

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L’editoriale del 3 novembre 2012:

La libertà di carta e quella ideale

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]R[/dropcap]ileggendo oggi, a distanza di sessant’anni, l’editoriale con cui don Wilson Pignagnoli (firmandosi semplicemente “il direttore”) apriva il 1° numero de La Libertà, resto colpito dalla sua forte carica ideale, la stessa che in quel 1952 aveva spinto il vescovo Beniamino Socche ad impiantare una redazione “cattolica” in una terra lusingata dal socialismo reale. “Con la libertà di carta vogliamo che trionfi anche la libertà ideale, la grande, la vera libertà di ogni individuo e della società. Quella libertà di cui storicamente si comincia a parlare con l’avvento del Cristianesimo, quella libertà in cerca della quale sono morti milioni di uomini”, scriveva don Wilson.

Altri tempi, si dirà. Ma quanto sono attuali quelle parole: la libertà come cuore della dignità della persona, di ogni uomo e di tutto l’uomo, una condizione che il cristiano riconosce da figlio di Dio, quindi come dono, ma che è pronto a difendere anche per il suo prossimo, di fronte alle minacce portate, lungo il corso della storia, da regimi politici o potentati economici.

Alla Chiesa reggiana di allora serviva soprattutto un settimanale “sociale” (questa è la qualifica con cui La Libertà completava la testata originaria), perché la compattezza del popolo di Dio intorno al vescovo diocesano era quasi monolitica. Le “battaglie”, semmai, scoppiavano fuori dal gregge.

Lo scenario di oggi è quasi ribaltato:La Libertàè uno strumento d’informazione con una profonda finalità pastorale e di comunione, ma nelle chiese e adunanze cattoliche c’è chi rimpiange i numeri di una volta, mentre le divisioni, anche all’interno della Chiesa, si fanno sentire. In compenso, la dimensione pubblica e politica della fede, quanto meno dopo la fine ingloriosa della Dc, ha perso lo smalto e forse anche la lucidità di Pignagnoli e soci. La “differenza cristiana” emerge a fatica.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]ltimamente, per motivi diversi, mi sono trovato a riflettere in pubblico su come cambia il giornalismo. Il discorso va subito a finire sui problemi dell’editoria minore: contributi statali e pubblicità calano a rotta di collo, la crisi “lima” il numero di abbonati paganti, la posta tradizionale arranca però rincara.

Oggi a premiare un giornale di carta non è più certo la sua tempestività nel dare notizie giacché, quando esce, Internet e la Tv lo hanno bruciato in partenza. Fino a qualche anno fa si diceva che un periodico poteva distinguersi nell’approfondimento, ma ormai anche i quotidiani “devono” farlo, per differenziarsi dai media ultrarapidi. Dicono che almeno la stampa locale ha un futuro. Vero, ma stanno crescendo i lettori “senza territorio” fruitori esclusivi delle tecnologie digitali, giovani in testa.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap] allora, ecco dove volevo arrivare, credo cheLa Libertàper rilanciarsi nella cultura secolarizzata di oggi farà bene a recuperare la capacità di testimonianza degli albori, con credibilità e realismo, coniugando il Messaggio di sempre coi nuovi linguaggi. Perché a “salvare” il giornale, anche domani, saranno soprattutto la qualità delle sue proposte, la passione nel trasmettere le idee e l’ideale.

Con questi sentimenti guardo, invitando tutti, al convegno dei 60 anni del nostro giornale diocesano, l’8 novembre alle 17.30 inSeminario, a Reggio.

Edoardo Tincani

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